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La casa avita

Non è una casa. Mancano la cucina (il focolare), il salotto bene, una camera (si può vivere senza una camera?), un bagno, il ripostiglio (così importante in un’abitazione)…

Non è. E’ molto di più.

E’ alcova e grembo. E’ rifugio di rimembranze e di ritorni. Luogo di incontri, avvenuti, sognati, vivi, presenti. Ossessivi.
Le pareti ricoperte di messaggi (da leggere; sì, perché quelle acerbe comunicazioni sono testimonianze destinate agli altri più che dei promemoria per se stesso). Un sottoscala in cui sono accatastati decine di quadri, pronti per essere mostrati a chiunque voglia avvicinarsi all’autore. Un’umile branda per fugaci riposi.

E’ la casa dei suoi cari che non sono più, che Silvano tiene in vita con la struggente magia delle foto-ricordo, con i muri sberciati resi vivi da murales domestici, roridi dell’acre sapore degli oli.
Questa, e altro ancora, è la casa avita di Silvano Rampin.

Diana, Billi, Roby, Gino

Un’intera giornata. Come è lunga una giornata senza capire…
Un vuoto tremendo, incomprensibile per degli esseri ai quali non puoi spiegare i motivi di quelle assenze che si ripetono tutti i giorni, per mesi, per anni: la loro intera esistenza.
Poi un rombo, unico, inconfondibile, li scuote dal vigile, lacerante torpore.

Ecco il furgone accostare… i fari spegnersi… un’ombra scendere e avanzare. Le parole, tutte quelle di cui quell’ombra è capace a quell’ora, sono per loro, soltanto per loro.
Nessun altro ad attenderle: i riti hanno i loro vati e le loro regole.

Nella notte, ai piedi della tela che si concretizza, la fede rinnovata li ripaga di un così alto soffrire.
E in quel limbo a noi precluso ora è dolce il naufragare.

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